28 Dic 2014

poesia di Caterina Franceschi Ferrucci, figlia di Maria Spada

Pubblicato alle 12:27 under Società

IL CANTO DELLA SERA.

Salve , o degli ermi boschi
Sacro silenzio, salve, o notte bruna.
Io ti saluto verecondo raggio
Della nascente luna,
Che di mestizia ne riempi il core.
Al tuo fioco splendore,
Ed a’ mille astri, che ti fan corona,
Delle bellezze eterne
Amor dentro la mente mi ragiona.
Si che le cure della vita obblio,
E il veloce pensier sollevo a Dio.
Certo al di sopra degli azzurri campi
Oltre le vie del sole e la stellata
Ampia volta del cielo
S’ apre de’ giusti la magion beata.
Ove chi acceso il cor di santo zelo
In questa buia valle
Tenne sicuro il piede
Della virtù nel faticoso calle,
Muta in gaudio tranquillo il lungo pianto.
Ivi risuona il canto
E la dolce armonia di paradiso,
Ivi s’ eterna l’ allegrezza e il riso.
E l’ alma alfin tornata
Alla mente del mondo, ond’ è partita,
Vede i misteri di natura e vede
Con quai ragioni ascese
La possanza infinita
Governa e move le create cose.
Correte omai, correte,
Anni miei, ratti più che vento o strale,
Si che io lasci la pena e la fatica
Della vita mortale.
Oh! chi m’ apre le liete
Stanze dell’ alto Olimpo? ah! chi mi guida
A quella gioia riposata e fida?
Per la superna via
Tu certo scorgerai quest’ alma ignuda,
O dolce suora‘ mia,
Ch’ or con gli Angioli in Ciel vivi beata.
Te vedrò incoronata
Di odorati ligustri e di viole;
Te vedrò più lucente
Dell’ Aurora rosata,
Anzi vie più del sole.
Allor, diletta mia, soavemente
Favelleremo dell’ affetto antico.
Io ti dirò, che mai
Senza di te non vidi un di sereno,
Che dall’ alba alla sera
Sconsolata ti piansi e ti chiamai.
Tu mi dirai, che a me l’ occhio volgesti
Dalla superna sfera,
E che in voce d’ amore
Spesso di me parlasti al tuo Fattore.
Quindi, lasciata a tergo
Del basso mondo la caligin negra ,
Mi condurrai nel fortunato albergo,
Ove con Dio s’ allegra
Lo spirto benedetto,
Che noi trasse alle fosche aura di vita.
Oh! con quanto desir, con quale affetto
Di allegrezza infinita
Ti rivedrò, diletto padre mio!
Credo, che teco unita
Mi sembrerà più bello
E più lucente farsi il Paradiso,
E d’ un fulgor novello
Fia che a me splenda de’ beati il riso.
Poiché lieve da noi spiegasti il volo,
Invan per me torna a vestirsi il prato
D’ erbe e di vaghi fiori:
Invan per le foreste
Van cantando gli augelli i dolci amori.
Solo di fantasie lugùbri e meste
Ho la mente ripiena;
Farmi d’ un denso velo
Tutto adombrato il cielo.
Veggo deserto il mondo, e in ogni canto
Oda una voce, che m’ invita al pianto.
Ahimé! perche si retta
L’ allegrezza quaggiù sen fugge e vola?
Spesso io rimemhro il bel tempo felice,
Quando al cader del giorno
Ritornavi alla dolce famigliuola ,
Che pendea tutta ai casti baci intorno.
L’ un con le bianche tenerelle mani
Le ginocchia cingea,
L’ altra vezzi facea
Alla tua cara veneranda faccia,
E questa al collo ti stringea le braccia.
Grate spargendo lagrime segrete
La madre nostra intanto
Vedea de’ figli le accoglienze liete,
E largo le scendeva
Di gioia un fiume nel tacito petto
Alla festa innocente, a tanto affetto.
E or che premi le nubi e corron gli astri
Sotto a’ tuoi piè rotando,
Amor di te dentro di noi non tace.
Mira che lacrimando
La tua misera prole, o padre mio,
A te leva il desio
E ne’ sospiri a te si volge e prega.
Deh! tu lo sguardo piega
Pietosamente sopra i figli tuoi:
Deh! solleva per noi,
Angiol di pace, caldi voti a Dio.
Vedi, che combattuti
Meniam la vita in ira alla fortuna.
0 dolce padre mio, se non ci aiuti,
Più non rimane a noi speranza alcuna.
Ma certo a noi d’ intorno,
Spirto diletto, con amor t’ aggiri,
E nella nostra mente
Santi pensieri e miti voglie inspiri.
Ben la possanza tua sento io presente,
Quando la dolce immagine paterna
I miei desir governa.
Parmi che la tua voce
Soavemente entro del cor mi suoni,
Ed a ben far mi sproni.
Ah! forse in quella stella,
Ch’ or di repente agli occhi miei lampeggia
Un tremulo baleno,
Tu ridi, anima bella,
E con quel raggio candido e sereno
Forse vuoi dir che m’ ami,
E a te da canto per pietà mi chiami.

Bologna , 1831.

‘ Rosa Franceschi ne’ Bianchi, morta nel 1830 in età di anni 21. Era di maravigliosa bellezza e di bontà sovrumana.
’ Il dottore Antonio Franceschi, medico pieno di dottrina e di carità. Amò quanto in terra è degno di amore; morì nel 1830, pochi giorni dopo la sua figlia Rosa, lasciando di sé inconsolabile desiderio nella sua famiglia e. in quanti lo conobbero.
‘ Maria Spada, che visse 92 anni, morì tra le mie braccia nel 1870, e fu esempio mirabile di ogni virtù. lo debbo rendere grazie a Dio, perché mi ha dato genitori, fratelli, sorelle, marito, figli e nipoti tanto buoni e amorosi. quanto niuno può immaginare. Questa è vera invidiabile felicità.

No responses yet




I commenti sono chiusi.