29 Dic 2014

dell’eredita del Cardinale Bernardino Spada

Pubblicato alle 17:36 under Società

busto cardinale bernardino spada

Da Storia di Brisighella e della Valle di Amone, Volume 3
Di Antonio Metelli

Venuto il nuovo anno e comparsa la primavera [Anno di C. 1661.] tremò orribilmente la Romagna, e agli sbalzi e alle ondulazioni del suolo grandi e vaste ruine d’ edificii con miserabili morti d’ uomini e d’ armenti seguitarono, sicchè per amari lutti e per gravissimi danni largamente si pianse. Nella Valle di Amone perirono da venti persone, la maggior parte delle quali nelle parrocchie di Boesino e di San Martino in Gattara, mentre in Marradi e in Brisighella andarono in conquasso le case, ma furono almeno salve le vite. Nella Valle della Sintria rovinò fino dalle fondamenta la Torre degli Spada in Quarneto, che più Secoli era durata contro le ingiurie de’ tempi, e nelle civili contese aveva dato asilo e difesa a quella stirpe, la memoria delle quali cose affinchè mancato quel propugnacolo rimanesse viva ne’ posteri, narrano, che sul luogo ove sorgeva fosse posto un marmo che all’età venture la tramandasse. Il quale subito caso per quello che avvenne poscia fu creduto da alcuni, che più gravi cose agli Spada portendesse, imperocchè prima che l’ anno terminasse se n’ uscì dal corpo la più illustre vita, per la quale quella schiatta risplendeva e si onorava. Succeduti alla tepida stagione i calori estivi, il Cardinale Bernardino Spada all’amena Tivoli co’ suoi si riparava, ivi fra le delizie della villa e in que’ cheti recessi attendendo a’ prediletti suoi studii. Venti casse piene di antiche scritture aveva seco addotte da Roma, ad ordinare le quali giorno e notte senza posa si travagliava, come quello che per lungo uso eravi avvezzo, nè mai alcun danno dal produrre le veglie fin verso il dì ne aveva ricevuto. Stando immerso continuamente in questo lavoro era omai l’ anno a mezzo Settembre pervenuto, quando per ambascia e sdegno di stomaco cominciò a recere materie viscose e tenaci, e a sentire qualche fiacchezza di membra e abborrimento di cibo , laonde abbandonata Tivoli a Roma subitamente se ne tornò. Ma ivi non lo seguì la consueta ilarità sua, poichè da giocondissimo che era, taciturno e melanconico divenne di maniera che fuggiva la luce e la presenza d’ ognuno, il perchè sentendosi spossato e filandogli di continuo dalla bocca le impure materie , al letto si fu ridotto, ove visitato dai medici e confortato a sperare che rifiorirebbe in salute col farsi tor sangue, molto a malincuore e non prima che acconciatosi dell’ anima vi si porse. Vano rimedio, chè assalito poco dopo da un tremito cominciò il suo corpo ad ardere sì fattamente per febbre, che si venne in disperazione della sua vita, finchè poi svenuto in sè stesso e spentesi affatto le forze si ebbe ricorso agli estremi sussidii della religione. Quando seppesi per Roma, che era sul terminare la vita di un tant’ uomo, vi si levò una doglia e compassione universale, in mezzo alle quali le divote genti traevano in folla ai tempii, ove per cura de’ Padri Minori e Minimi stava esposto per la salute sua Cristo in Sagramento, mentre i Cisterciensi e Premonstratensi, de’ quali tutti teneva il protettorato, gli si ravvolgevano intorno con ufficii di pietà e di religione, parendo veramente ad ognuno che allora allora passasse. Pure ancora risursero le forze sue, sicchè ebbe tanta lena di sottoscrivere il testamento, che per ordine suo aveva Vergato Monsignor Commendatore suo fratello, dopo di che da maggior impeto di male sopraffatto, senza che mai la sua mente si perdesse, correndo il giorno decimo di Novembre e il sessantesimo ottavo anno dell’età rese lo spirito. Il suo corpo fu riposto nella chiesa di San Girolamo della Carità in Roma dentro il sepolcro destinato alla sua gente, e il nome suo e gli alti suoi meriti ebbero solo una modesta iscrizione nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, ove erangli state fatte le esequie.
Uomo fu Bernardino di vantaggiata statura, di bellezza e maestà di volto, sul quale una cotale piacevolezza mista a gravità con mirabile unione risplendeva, che conciliava in pari tempo confidenza e rispetto ne’ riguardanti. Di pronto e svegliato ingegno, di memoria tenacissima, di dolci e cortesi maniere riuscì a chi il conobbe carissimo, in particolare al Re di Francia e al Cardinale di Richelieu, dai quali per la grande efficacia che aveva nel persuadere mai nulla gli fu negato. Profondo nelle scienze, erudito nelle lettere, eloquente di lingua, intemerato per costumi venne stimato generalmente dai dotti e venerato da ognuno. Scrisse alcune poesie, dettò lettere al Cardinale Giulio Mazzarini, dalle quali appare quanto avanti sentisse nella difficile arte del negoziare, e quanta pratica tenesse de’ pubblici ed ‘umani negozii. Ebbe animo sempre volto alla giustizia, e ricordevole come era de’ beneficii si mostrò verso tutti beneficentissimo. Alla Repubblica di Venezia inviluppata in assai strette necessità per la guerra di Candia contro il Turco legò morendo diecimila scudi, altri dodici mila in sussidio de’ poveri e delle chiese parrocchiali di Monte Vescovo , di San Giovanni in Squarzarolo, di Montiano, di Roncofreddo, di Castel Viscardo, di Vicevano, castelli tenuti in feudo dai nipoti, la virtù de’ quali a magnanimi fatti e a forti imprese co’ seguenti premii si sforzava d’ infiammare. Al Conte Niccola Balì di Romagna volle che morto l’ erede suo passasse l’ usufrutto de’ beni da lui posseduti sul territorio di Bertinoro ; al Conte Paolo mille scudi si dessero dall’ erede, se terminata la condotta de’ sette anni, che di lui avevano fatta i Veneziani per la guerra di Candia, la Repubblica lo avesse sollevato a più alti gradi sia nella milizia di terra, sia in quella di mare; altrettanti al Conte Michele, che allora versava negli eserciti Imperiali, se per virtù sua ottenesse di essere preposto a condottiere di un Reggimento; e similmente a Fra Alviano, che in qualità di paggio serviva il Duca di Toscana, se fatte le sue carovane al comando di una galera della Religione Gierosolimitana pervenisse. Legò dipinti di gran valore al Pontefice e ai Cardinali Barberini, al primo in segno della costante servitù sua, ai secondi per obbligo e gratitudine verso Urbano VIII, che lui aveva ornato della porpora, e i nipoti suoi incamminati sulla carriera degli onori: Volle ancora che a Don Mario Ghigi fratello del regnante Pontefice un altro dipinto dall’ erede si offerisse per la ricordanza che serbava del beneficio, quando dal lazzeretto, ove in gravissimo pericolo di vita si trovava un fratel suo, subitamente a richiesta sua ridonandoglielo lo liberò. Le quali disposizioni furono da ultimo e in quegli estremi ed affannosi momenti suggellate con un priego , dal quale apparì in quanto conto da lui si tenessero i luoghi natii, consigliando che in Brisighella nella Chiesa delle Monache e sotto l’ iscrizione stata posta a Paolo , altra a Giacomo Filippo e a Francesco si ponesse, e in questo pietoso uso dai posteri si continuasse, con che venne ad accennare anche di sè stesso e insieme a far chiaro il concetto della sua mente, che cioè nessuna più grande, più gradita, più solenne dimostrazione si può fare ad un uomo, che di consegnare su di un marmo il suo nome alla dolce e pietosa memoria della patria.

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